Al momento della mia iscrizione al Pontificio Istituto di Musica Sacra nel 1967 fui assegnato alla classe di composizione del Maestro Armando Renzi, e non tardai ad accorgermi di aver avuto un colpo di fortuna trascendentale, di quelli che ti cambiano la vita. Renzi, in modo assolutamente altruistico, riversava nell’animo dell’allievo intelligente il suo sconfinato sapere musicale, e la sua calda umanità faceva sì che l’allievo lo sentisse, oltre che maestro, anche padre e amico. “Se un allievo riuscisse a superarmi –cosa difficile!-, non potrei che rallegramene”, mi confidava. Ma come superare un musicista così dotato, dotto, estremamente versatile?

Il suo spaziare nel mondo della composizione ci si rivelava giorno per giorno nelle lezioni di armonia e contrappunto, per seguitare poi con la fuga, le forme superiori compositive, l’orchestrazione. Il suo insegnamento non era mai arido, ma improntato alla più squisita musicalità. Si imparava forse di più scrivendo i lavori per i saggi che non in sede prettamente accademica; è così che lui scopriva con intuito sicuro il particolare talento di ogni allievo. “Lei è un operista nato!”, mi diceva, “ e come sarei contento se Lei seguisse la strada di Perosi con l’oratorio!” E io ho cercato di essere fedele al suo consiglio.

Ho avuto la fortuna di essere stato accanto al Maestro come suo organista di fiducia in concerti, saggi, e nell’ambito della “Cappella Giulia” di San Pietro per ben cinque anni, cioè dal 1975 fino alla data fatidica della sospensione della Cappella nel 1980. Organista, diceva lui indubbiamente esagerando, dello stampo di nonno Remigio. Quanti lavori mi ha fatto scrivere per la Cappella! ; li dirigeva con passione, mentre spesso e volentieri sedeva accanto a me sulla panca dell’organo il grande e indimenticabile Nino Rota. Il suo esempio di compositore sacro è stato sempre per me, e lo è tuttora, il modello di quella musica sacra “moderna” che più si addice alle basiliche romane. Non San Pietro ma Santa Maria Maggiore era il retaggio destinatomi dalla Provvidenza, ove svolgo tuttora i lavoro di maestro di cappella, ormai da ben 42 anni! Ma devo dire che, senza il volitivo interessamento del Mº Renzi, non mi sarei mai fermato a Roma. Uno degli ultimi privilegi che mi sono capitati è stato il poter seguire le accanite fatiche compositive del Maestro nella stesura di quel capolavoro che risponde al titolo di “Canti pindarici”.

La sua fama internazionale di pianista, l’ho potuta constatare in concerti e saggi, ma specialmente nella lettura in classe di opere e oratori. Verdi, il suo prediletto, Puccini, Bizet, Perosi, prendevano vita sotto le sue mani, che riuscivano a rendere le più svariate sfumature de l’orchestra.

Ma da Renzi ho imparato anche uno stile di vita improntato alla schiettezza, all’onestà, alla coerenza a tutti i costi. Non scendeva mai a compromessi, era refrattario alle lusinghe (attive e passive), alle apparenze, ai facili successi, al bagliore dei flash; si era allenato invece ad una pazienza infinita, quasi da martire, nel sopportare le angherie e persino le gravi ingiustizie commesse nei suoi confronti. Anch’io, nel mio piccolo, ho cercato di mantenermi fedele al Maestro di musica e di vita, e so bene per esperienza che tale nobile caparbietà si paga cara. Ma è altrettanto vero che la buona coscienza non ha prezzo. Il potere delle forze avverse è, dopo tutto, transeunte ed effimero, mentre che l’esempio del “giusto”, nell’arte e nella vita, non teme l’oltraggio del tempo.

Ecco perché la personalità del Mº Armando Renzi, a trenta anni dalla sua scomparsa, ci appare più che mai nimbata di immortalità.

Mons Valentino Miserachs Grau
Compositore, Direttore della Cappella Liberiana di S. Maria Maggiore
maggio 2014

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Omaggio ad Armando Renzi presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra Roma 12/04/2013

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